Vicenza e turismo

LOGO_Vicenza_Citt_UnescoJacopo Bulgarini d’Elci, vicesindaco e assessore alla Crescita del Comune di Vicenza

jacopobulgarinidelciPatrimonio Unesco, culla del Palladio, città-teatro dalle infinite prospettive, capitale dell’oro: sono solo alcuni dei volti di Vicenza, non meno di quello di città del benessere e, quasi una conseguenza, città dello sport, capace di ospitare appuntamenti irrinunciabili per i tantissimi appassionati.
Il cambiamento degli stili di vita pone oggi al centro degli orizzonti individuali e collettivi proprio il concetto di benessere, inteso nel senso più lato e inclusivo. E tra gli indicatori di benessere percepito è interessante notare il ruolo crescente attribuito al consumo culturale, laddove si accompagni a politiche attive e condivise.
È questo l’ambizioso progetto che, pur in anni di crisi, Vicenza sta affrontando, attraverso la ridefinizione della propria strategia di crescita e sviluppo, puntando su cultura e bellezza diffuse, qualità della vita, valorizzazione del territorio e dei suoi patrimoni paesaggistici e storico-artistici.
A partire dai monumenti palladiani, primo fra tutti la restaurata Basilica Palladiana, moderno contenitore espositivo, che ha contribuito a proiettare Vicenza nel circuito delle grandi città d’arte, ma anche esempio virtuoso di trasformazione di un bene culturale in asset economico (a dimostrazione del fatto che concetti come crescita, investimenti, partnership con i privati, sono tutt’altro che lontani dal settore pubblico, e anzi possono diventarne parole chiave). Proseguendo con gioielli architettonici come il restaurato Palazzo Chiericati e il Teatro Olimpico, il teatro coperto più antico al mondo, protagonista di momenti performativi di respiro internazionale e di un progetto di storytelling, ideato da Alessandro Baricco per valorizzarne l’unicità.
Proprio questa attenzione al patrimonio rende oggi Vicenza un modello anche per altre città, paradigma di crescita virtuosa di cui siamo particolarmente orgogliosi.

 

ALCUNI MONUMENTI IMPORTANTI

LOGGE DEL PALAZZO DELLA RAGIONE (BASILICA PALLADIANA)

La Basilica è costituita da un nucleo quattrocentesco attribuito a Domenico da Venezia (il Palazzo della Ragione), frutto della ricomposizione in un unico organismo di edifici pubblici di età medievale, e da un doppio ordine di logge di invenzione palladiana, tuscaniche al piano terra e ioniche al primo, che fasciano l’edificio su tre lati, lasciando emergere la parte sommitale dei muri decorati a losanghe e la grande copertura a carena di nave.

Il duplice loggiato concepito da Palladio è articolato, mediante semicolonne addossate a pilastri, in nove campate sui lati lunghi e cinque su quello minore, ed è composto dalla reiterazione del motivo della serliana, cui conferisce adeguato spessore la duplicazione in profondità delle colonnette, e una sobria preziosità il traforo dei pennacchi mediante oculi circolari. L’adozione della serliana, composta da un’apertura centrale ad arco e da due vani minori laterali architravati consente, attraverso contenute variazioni della larghezza di quest’ultimi e ferma restando l’ampiezza dell’arco di mezzo, di modulare con una certa elasticità la successione delle campate del loggiato, in modo da adattarle all’irregolarità delle aperture e dei varchi dell’edificio preesistente.

La ricostruzione del Palazzo della Ragione, sede delle Magistrature pubbliche e di botteghe al piano terreno, venne compiuta negli anni 1449-51 su progetto di Domenico da Venezia, a causa della precaria condizione degli edifici pubblici preesistenti (a ovest il palatium vetus, prima sede del Comune risalente alla metà del XII sec., a est il palatium Communis, che accoglieva il Salone dei Quattrocento). L’intervento culminò nel 1458-60 con la realizzazione della copertura a carena di nave. Già nel 1481 emergeva l’intenzione di “fasciare” l’edificio con un duplice loggiato, e si avviavano i lavori su progetto di Tommaso Formenton. Nel 1495-96 si realizzava ad opera di Pietro Lombardo lo scalone d’accesso al loggiato superiore e, subito dopo il parziale crollo del 1496, che interessò l’angolo sud-ovest del costruendo rivestimento, subentrava nell’impresa Antonio Rizzo seguito, nel 1525, da Antonio Scarpagnino.

Dopo le autorevoli consulenze di Sansovino (1535), Serlio (1539), Sanmicheli (1541) e Giulio Romano (1542), nel 1546 Giangiorgio Trissino riusciva a coagulare il consenso del Consiglio cittadino sul suo protetto Andrea Palladio, affiancato da Giovanni da Pedemuro. Dopo tre anni di acceso dibattito, nel 1549 veniva definitivamente approvato il progetto palladiano; tale occasione segnò la sua definitiva affermazione professionale e la sua consacrazione ufficiale quale architetto della città di Vicenza. L’intervento conferiva, infatti, una nuova monumentalità classica al Palazzo della Ragione, tanto da ispirare al Palladio stesso la definizione di “basilica”, quale riproposizione dell’edificio pubblico per eccellenza dell’antica Roma.

L’attuazione dell’opera, comunque, si protrasse per oltre un sessantennio, ben oltre la morte dell’autore. Infatti, nel 1561 non risultava ancora concluso tutto l’ordine inferiore (erano però già completate le nove arcate aperte sulla piazza maggiore) e solo dal 1564 si cominciava l’edificazione di quello superiore, protrattasi fino al 1597. Gli ultimi pagamenti per l’esecuzione dell’opera si registrano nel 1617, a seguito del compimento delle logge meridionali su piazza delle Erbe.

L’edificio fu danneggiato dal bombardamento del 1945, e successivamente restaurato con un improprio utilizzo del cemento armato per la ricostruzione della volta a carena di nave, originariamente in legno.

Attualmente è in corso di esecuzione il restauro dell’edificio, i cui lavori sono stati avviati a dicembre del 2006 e si concluderanno nel 2009; è già quasi completata la ricostruzione della struttura di copertura in legno lamellare.

 

TEATRO OLIMPICO

Il Teatro Olimpico, situato all’interno del complesso del palazzo del Territorio, è composto da una cavea semiellittica inscritta in un rettangolo, e da un imponente proscenio rettangolare di minore larghezza che la fronteggia, dai cui ingressi si dipartono a raggiera sette scene lignee prospettiche.

La cavea lignea è cinta alla sommità da una loggia corinzia, che al centro e agli estremi del circuito semiellittico si appoggia ai muri perimetrali, formando nicchie ornate da statue. Sculture sono poste anche sulla balaustra che corona in sommità la loggia. L’intero spazio della cavea è coperto da un soffitto piano.

Il grandioso proscenio del teatro è suddiviso in sette campate da due ordini architettonici corinzi e soprastante attico a pilastrini, ed è aperto al centro da un’ampia apertura centinata (“porta regia”), il cui arco irrompe nel secondo ordine, e da due porte laterali più strette (“hospitalia”), la cui altezza è invece contenuta nell’ordine inferiore. Anche nelle versure (pareti laterali della scena) si aprono piccole porte. L’intera superficie è impreziosita dalla plasticità delle nicchie a edicola e dalla ricchezza della decorazione scultorea. Il proscenio è coperto da un soffitto ligneo a cassettoni.

Dalle cinque aperture del proscenio si irradiano le scene che rappresentano le sette vie di Tebe, costituite da finte quinte architettoniche classicheggianti riprodotte in forte prospettiva, in modo da accentuarne visivamente la profondità.

Committente dell’opera fu l’Accademia Olimpica, cenacolo culturale di nobili e artisti, sorto a Vicenza nel 1555 sotto l’egida di Giangiorgio Trissino, scopritore negli anni Trenta del Palladio. Per l’Accademia Palladio aveva già realizzato allestimenti teatrali effimeri, forte dei suoi studi dei teatri romani antichi.

Solo nel 1580 si concretizzava, finalmente, l’occasione di costruire un teatro stabile, che compiva l’aspirazione rinascimentale, a lungo perseguita ma mai fino ad allora attuata, di realizzare uno spazio ispirato alle grandi strutture teatrali dell’antichità classica. In quell’anno, infatti, l’Accademia ottenne dal Comune la disponibilità dell’area dentro il Palazzo del Territorio, nel settore prima occupato dalle prigioni; tuttavia, Palladio morì appena sei mesi dopo.

I lavori, già dal 1581, proseguirono sotto la supervisione del figlio Silla; entro il 1583 erano già completati la cavea e il proscenio. Frattanto, nel 1582 il Comune concedeva all’Accademia un’altra fascia di terreno per realizzarvi le scene in prospettiva. L’ideazione, dopo che nel 1583 si era deciso di inaugurare il teatro con la rappresentazione dell’Edipo Re di Sofocle, veniva affidata nel maggio 1584 all’architetto Vincenzo Scamozzi, che le realizzava agli inizi del 1585, in tempo per lo spettacolo inaugurale del 3 marzo.

Abbastanza controversa risulta essere la questione della copertura delle varie parti del teatro. In alcune stampe del Seicento il palcoscenico appariva coperto da un soffitto a cassettoni con riquadri dipinti, mentre sulla cavea e sulle scene centrali era rappresentato un “finto aere”. Nel corso dell’Ottocento furono elaborate diverse soluzioni, finché nel 1914, su progetto di Marco Dondi Dall’Orologio, si realizzava sopra il proscenio l’attuale soffitto a cassettoni, con decorazioni di Umberto Brambilla e dipinti di Ludovico Pogliaghi. Contemporaneamente sul soffitto della cavea veniva dipinto un finto cielo a opera di Ferdinando Bialetti.

Durante la seconda guerra mondiale le scene scamozziane furono smontate e poste in un luogo sicuro; il rimontaggio avvenne nel 1948.

Nel corso dei restauri del 1959-60 venne ricavata sotto la gradinata della cavea una nuova galleria di distribuzione con annessi servizi, e si praticarono alle estremità della base della cavea due aperture di accesso.

Nell’ultimo decennio del Novecento sono stati compiuti alcuni interventi conservativi e di adeguamento impiantistico.

PALAZZO CHIERICATI

Palazzo Chiericati è situato sul fronte occidentale dell’odierna Piazza Matteotti (già Piazza dell’Isola). E’ un imponente edificio a due ordini rialzato su un podio, tripartito nello sviluppo orizzontale del fronte, e coronato in sommità da statue e pinnacoli.

L’ordine inferiore tuscanico si caratterizza per un portico architravato ininterrotto, cui si arriva dalla piazza mediante una scalinata centrale che interrompe il podio. L’ordine superiore, ionico, presenta la parte centrale piena, scandita da semicolonne in cinque campate, con porte-finestre a edicola dai timpani alternativamente triangolari e curvilinei, sopra le quali si collocano le aperture dell’attico. I partiti laterali dell’ordine superiore sono costituiti da logge architravate profonde quanto il sottostante portico. Le logge e le porte-finestre sono dotate di balaustre.

Il palazzo si affaccia posteriormente su un cortile rettangolare, dove presenta, nella parte centrale del fronte, una loggia di ordine tuscanico al piano terra e di ordine ionico al piano nobile, fiancheggiata ai lati da settori murari pieni, con piccole aperture. Dalla loggia si accede agli scaloni monumentali che conducono al piano nobile.

Sul lato opposto del cortile prospetta il corpo di fabbrica ottocentesco, che riprende alcuni motivi architettonici della facciata.

Il progetto del palazzo per Girolamo Chiericati venne approntato intorno al 1550 da Andrea Palladio, che il nobile committente aveva già sostenuto presso il Maggior Consiglio in occasione dell’affidamento dell’incarico per la Basilica. Per la sua particolare posizione il palazzo assumeva un importante significato urbanistico, quale quinta architettonica che avrebbe fatto da sfondo al principale approdo fluviale alla città, situato in prossimità dell’allora punto di confluenza tra i fiumi Bacchiglione e Retrone, presentandosi come un manifesto del programma di rinnovamento urbano avviato in città con l’attività di Palladio.

I lavori iniziarono alla fine dello stesso anno; tuttavia nel 1557, anno di morte di Girolamo Chiericati, l’attività edilizia si interruppe. Fino a quella data erano stati realizzati i primi quattro intercolumni a partire da sinistra, per cui del settore centrale si trovava compiuto solo il primo partito. Gli anni immediatamente seguenti videro svolgersi, per volontà del figlio di Girolamo Chiericati, Valerio, solo interventi decorativi negli spazi interni.

La fabbrica rimase interrotta per più di un secolo e venne ripresa solo sul finire del Seicento, in fase di nascente revival palladiano, forse a opera di Carlo e Giacomo Borella che realizzarono abbastanza fedelmente il progetto palladiano, conosciuto attraverso le tavole dei Quattro Libri e altri disegni preparatori, ora custoditi nella raccolta R.I.B.A. di Londra. Non erano state previste da Palladio le sculture e i pinnacoli a coronamento della facciata.

Nel 1838, dopo decenni di abbandono, l’edificio veniva acquistato dal Comune di Vicenza, che nel 1855 lo adibiva a sede del Museo Civico: in quell’occasione, gli interventi di adeguamento compiuti da Giovanni Miglioranza portarono alla “correzione” di alcuni aspetti della fabbrica realizzata nel Seicento ritenuti non conformi all’idea palladiana, come le volte del portico e delle logge (sostituite dai cassettoni oggi visibili), l’eliminazione delle sculture dell’atrio e delle decorazioni tardoseicentesche delle sale.

Nel 1866-67 Giovanni Bellio ampliava il cortile in profondità e realizzava il corpo di fabbrica occidentale. Nel 1910 tale costruzione veniva collegata a sud al corpo originario con una saletta pensile, ampliata nel 1948 nell’ambito di opere di adeguamento museale.

Un parziale restauro venne effettuato negli anni Sessanta del Novecento.

A partire dal 1998 è stata avviata una nuova complessiva campagna di interventi conservativi, che ha già riguardato i fronti esterni e verso il cortile.

 

Sito UNESCO “La città di Vicenza e le ville del Palladio nel Veneto”

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